ROBERTO GRENNA

 

Un consulente informatico…

Un insegnante di informatica…

Un aspirante scrittore!

No! Non è la presentazione di tre persone diverse, bensì di tre personalità contenute in un solo individuo. “Figlio” di studi scientifici, che sfrutta e dai quali attinge a piene mani per l’esercizio della professione e dell’insegnamento, ha palesato fin dai tempi dell’università, laurea in Scienze dell’Informazione conseguita nell’ormai lontano (si fa per dire…) 1997, a 24 anni appena compiuti, l’interesse per quella che lui definisce, usando parole d’altri, l’Arte dello Scrivere. Proprio durante il periodo universitario, vede la luce il suo romanzo “Il Fiume” (per ora l’unico completato) che, a tutt’oggi, aspetta ancora un coraggioso editore che lo pubblichi. Ha altri spunti, veri inizi di romanzi, nel cassetto, nell'attesa che tempi migliori gli permettano di dedicarvisi.

Inoltre, ha all’attivo una raccolta di poesie, da lui stesso definite “Pensieri Notturni Disordinati”, che considera figli ormai maturi e pronti ad abbandonare il genitore. Ed ecco un breve stralcio della sua opera prima, partendo da una nota “quasi autobiografica”: “ Le sue parole ebbero il potere di risvegliarmi, di riportarmi a quella realtà che mi voleva con lei a Firenze, in una città che mi aveva sempre affascinato per la sua arte, ma, della quale, ora, mi resta ben poco. La mia attenzione, in quei giorni, fu rivolta a ben altro pensiero. Anzi, a ben altra Firenze…

Avrei avuto già l’opportunità di tornarci, anni prima, quando Mara me lo propose. Un paio d’anni fa, infatti, rifiutai quasi sdegnato. Mi avrebbe fatto troppo male tornare in quei luoghi, rimettere piede nelle chiese e nei musei visitati di fresco con Elena. Chissà, magari avrei potuto crescere un po’…

Dicono che il dolore faccia diventare adulti più in fretta; io non ci credo molto, anzi, proprio per niente! Il dolore sa far crescere solo la rabbia o la rassegnazione.

Prima, la rabbia, poi, la rassegnazione! Prima la voglia di sottomettere il mondo intero, poi il desiderio di sparire, di farsi travolgere dal rimorso, dallo schifo. All’inizio, ti fa schifo tutto ciò che ti circonda: usi impunemente tutto e tutti, quasi che anche le persone fossero oggetti deputati a soddisfare le tue voglie, i tuoi capricci. Successivamente, l’oggetto del tuo schifo cambia. Cominci a non poterti più guardare allo specchio, ad odiarti quando parli, quando ti muovi, quando scrivi, quando piangi, quando pensi.

Le lacrime sono soltanto una dimostrazione aggiuntiva di egoismo, un’ulteriore cattiveria. Si piange quando ci si fa del male. Piangi sempre per te stesso. Se qualcuno muore piangi! Piangi perché stai male, perché non puoi fare… niente! ”

 

Maggiori informazioni: www.grenna.it

 

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