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INFOSCUOLA
Servizi sulle scuole d'Italia
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NOTE E SPUNTI ATTORNO AD UN MODERNO
CONCETTO DI PAIDEIA
di Danilo PASSALACQUA
Dottore in Filosofia
A me andava storta,
il maestro mandava a chiamare mio padre
e gli diceva che con me
era come zappare sull'acqua.
da La Zia d'America
di Leonardo Sciascia
1 - LE PROBLEMATICHE LEGATE AL CONCETTO DI
CULTURA GENERALE
Tom Junior salì sul secondo ponte e
disse:
ha i piedi tutti rovinati.
E si sta rovinando anche le mani.
Prima gli sono venute le vesciche
ed ora sono tutte scoppiate.
Cristo, papà! Non so...
E' lo stesso che se dovesse pagaiare
contro una corrente molto forte, Tommy.
O come se dovesse continuare ad
arrampicarsi
su per una montagna
o a cavalcare essendo stanco morto.
Lo so. Ma starsene qui a guardare
senza fare niente è terribile
quando si tratta di tuo fratello.
Lo so, Tommy. Ma c'è sempre un momento
in cui i ragazzi devono fare certe cose
se mai vogliono diventare uomini.
Ecco Dave a che punto è...
da Isole nella corrente
di Ernest Hemingway
Le critiche che vengono mosse al nostro
sistema scolastico spesso e volentieri sottolineano carenze
organizzative o strutturali, quali l'inadeguatezza dei locali e delle
strumentazioni, la selettività, la bassa produttività del sistema, la
mancata introduzione di materie nuove, ecc. E' invece poco frequente, e
ciò va a credito della lungimiranza dei suoi artefici nonché delle
enormi energie profusevi, che vengano messe in discussione sue finalità
ed articolazioni. Per fortuna, infatti, sono ormai ricordi le pur
recenti aspre contestazioni, le occupazioni, i cortei ed i sanguinosi
scontri di piazza, dove sovente il clangore delle spranghe, i danni alle
cose, le fiamme generate dalle molotov, nonché le pistolettate, facevano
eco conferendo loro, tra l'altro, un inquietante valore e consistenza
agli slogans inneggianti all'abbattimento dello Stato Borghese (motto
che la diceva lunga pure sulle loro intenzioni riguardo le istituzioni
scolastiche...). Dunque, hanno perso consistenza le posizioni più
radicalmente avverse, fenomeno dovuto sia allo scivolamento dei suoi
fautori verso punti di vista più moderati, sia agli aggiustamenti
graduali cui è stata fatta oggetto la scuola e che sono stati voluti
proprio per renderla all'altezza dei tempi e dei compiti. Permangono
tuttavia, sebbene circoscritte e di tutt'altro segno, perplessità di
fondo riguardo l'attuale sistema educativo.
Le esprime appropriatamente il Prof.
Abbagnano alla voce CULTURA del suo Dizionario di Filosofia (Torino,
1971) che riporta:
CULTURA, fino all'avvento
dell'Illuminismo, significava unicamente "formazione dell'uomo, il suo
migliorarsi e raffinarsi"...
Spiega l'illustre cattedratico che:
La crescente industrializzazione del mondo
contemporaneo rende indispensabile la formazione di competenze
specifiche, raggiungibili solo mediante addestramenti particolari che
confinano l'individuo in un campo estremamente ristretto di attività e
di studio...
E' pertanto inutile erigersi (afferma
dopo) contro di essa, contrapponendole l'ideale classico della Cultura
nella sua purezza e perfezione, come formazione disinteressata dell'uomo
aristocratico alla vita contemplativa. Dall'altro lato sarebbe
ugualmente inutile ignorare o minimizzare i difetti gravissimi di una
Cultura ridotta a puro addestramento tecnico in un campo specifico e
ristretto all'uso professionale di cognizioni utilitarie...
Inconvenienti che, in un primo luogo,
determinano un permanente squilibrio della personalità umana,
sbilanciata in un'unica direzione ed accentrata intorno a pochi
interessi e quindi resa incapace di affrontare situazioni o problemi che
per poco vadano al di là di tali interessi... Nonché gravi danni dal
punto di vista sociale giacché impedisce o limita fortemente la
comunicazione fra gli uomini, chiude ognuno in un proprio mondo
ristretto...
In secondo luogo, la specializzazione
richiede, ad un certo grado del suo sviluppo, incontri e collaborazioni
tra discipline diverse: incontri e collaborazioni che perciò vanno al di
là delle competenze specifiche ed esigono capacità di comparazione e di
sintesi che la competenza specifica non fornisce...
E' dunque necessario conciliare le
esigenze della specializzazione (che sono inseparabili da uno sviluppo
maturo delle attività culturali) con quella di una formazione umana
totale o, almeno, sufficientemente equilibrata...
Per rispondere a questo problema, si
discute oggi intorno alla nozione di una "Cultura Generale" che dovrebbe
accompagnare tutti i gradi e le forme dell'educazione sino a quella più
specializzata. Ma è chiaro che la soluzione del problema è solo
apparente finché non si sia ottenuto una chiara nozione di "Cultura
Generale". Non si tratta ovviamente di contrapporre un gruppo di
discipline ad un altro e di far valere, per esempio, le discipline
storiche od umanistiche come "Cultura Generale" di fronte alla
specializzazione delle discipline "naturalistiche". Questo sarebbe tanto
più improprio in quanto le stesse discipline cosiddette "umanistiche"
non si sottraggono al fato incombente della specializzazione ed esigono
un addestramento specifico per essere intese e proficuamente coltivate.
E' anche ovvio che una "Cultura Generale"
non possa essere costituita da nozioni vacue e superficiali, che non
susciterebbero interesse e non contribuirebbero quindi ad arricchire le
personalità dell'individuo e la sua capacità di comunicare con gli
altri...
Tirando le somme, quindi, il problema
della "Cultura Generale" si pone non come delineazione di un curriculum
di studi unico per tutti e che comprenda discipline d'informazione
generica, ma come compito di trovare per ogni gruppo o classe d'attività
specializzata, ed a partire da essa, un progetto di lavoro o di studio
coordinato con queste, o complementare di queste, che arricchisca
l'orizzonte dell'individuo e mantenga, o reintegri, l'equilibrio della
sua personalità (Abbagnano, ibidem)
L'illustre filosofo ci insegna che
l'educazione migliore, ossia quella che rende gli studenti uomini in
grado di fare brillantemente fronte alla situazione, deve arricchire i
loro orizzonti e, nel contempo, mantenere la personalità equilibrata. E,
visto che questi sono gli obiettivi che deve porsi chi voglia
considerare seriamente la questione, imprescindibile da ciò
è la valutazione del tipo e del livello di
civiltà raggiunta dalla società di cui la scuola fa parte, nonché
dell'eredità del passato che entrambe si portano dietro.
E' risaputo, infatti, che le forme
organizzative e le istituzioni che l'uomo si dà siano entità rigide e
complesse e che solo molto lentamente riescano a tener dietro al
progresso.
Quindi, premesso che il disagio sociale
creato dalle istituzioni spesso sia dovuto al ritardo con cui gli
amministratori ed i politici provvedono ad intraprendere gli adeguamenti
resi necessari dalle mutate condizioni socio-economiche,
nell'enucleazione dei problemi odierni della nostra scuola, oltre a
considerare l'accresciuto numero di responsabilità a carico del
cittadino, si baderà ad esaminare le sue traversie. Per la precisione,
visto che nonostante l'onda dura del Fascismo (prima) e quella lunga
della Repubblica (poi), il nostro sistema scolastico non è stato
scardinato e/o riformato in maniera altrettanto radicale, si dovrà
principiare addirittura dai primi passi dello Stato Italiano.
2 - LA SCUOLA ITALIANA TRA LA META'
DELL'OTTOCENTO E GLI INZI DEL NOVECENTO
Mia madre non voleva che andassi a
scuola
e, tutte le volte che le si offriva
l'occasione,
ed anche fuor di proposito,
soleva dirmi che per rimanere povero
non valeva la pena di studiare.
E lei seminava sul terreno arato,
perché neanche a me lusingava
di chiudermi a scuola...
Camilo Josè Cela
La famiglia di Pasqual Duarte
Col varo della legge organica sulla
Pubblica Istruzione del 13 novembre 1859, comunemente indicata col nome
del ministro Gabrio Casati incaricato di redigerla e, successivamente,
di estenderla ai territori via via annessi al Regno di Sardegna, viene
realizzata l'ossatura del sistema scolastico italiano.
Il suo decollo nei decenni successivi
avviene tra mille difficoltà economiche nonché sviluppi legislativi ed
il Prof. Renato Tisano, che si sofferma lungamente nel capitolo
intitolato IL DIBATTITO SULLA SCUOLA IN ITALIA FRA LA META'
DELL'OTTOCENTO E GLI INIZI DEL NOVECENTO del VI volume della STORIA DEL
PENSIERO FILOSOFICO E SCIENTIFICO del Prof. Ludovico Geymonat (Milano,
1977), ci consente d'individuare i fattori che furono alla base delle
scelte didattiche dell'epoca. Per cominciare non deve sorprendere se
all'educazione scolastica era affidato il compito di... creare una unità
nazionale operante nella coscienza dei cittadini (Tisano, ibidem)
E' ragionevole, date le differenze
linguistiche, d'usi e costumi degli ex stati peninsulari, diversità a
volte molto profonde, che la classe politica dirigente confidasse nella
scuola per rafforzare la coscienza unitaria e ciò sia ponendo attenzione
all'insegnamento della lingua italiana, sia mediante letture edificanti,
sia affrontando di petto la questione inculcando quella che il Prof.
Tisano chiama: Trinità Dio-Patria-Famiglia.
Il Regno di Sardegna non aveva un
potenziale economico paragonabile a quello prussiano, fatto che
galvanizzando gli scambi commerciali fra gli stati della Confederazione
Germanica aveva contribuito a rendere allettante l'idea della formazione
di uno stato unico egemonizzato dagli Hohenzollern. I Savoia potevano
contare su un sentimento simile solo nelle regioni padane, le quali
avevano dato un grande contributo al Piemonte in uomini e mezzi.
Altrettanto non poteva dirsi per l'Italia Centrale e Meridionale dove
spesso poco mancava che venissero considerati degli invasori. Senza
contare poi che la scarsa considerazione politica ed economica, di cui
la nazione godeva a livello internazionale, non contribuiva certo ad
infiammare la popolazione d'amor patrio.
Per tutte queste ragioni al governo urgeva
procedere per rinvigorire lo spirito di unità nazionale e non gli
restava altro che farlo a scuola. E ciò principiando dalla diffusione
della lingua e delle sue regole, cosa che, oltre a cementare la coesione
della popolazione, era l'indispensabile veicolo per poter passare allo
studio di materie, quali storia, geografia, lettura, filosofia, ecc.,
pregne di valori edificanti quali:
amor patrio, lealtà, coraggio,
abnegazione, con risoluzioni del tipo chi si contenta, gode! - volere è
potere!
Lo conferma proprio il Prof. Tisano quando
scrive, a proposito della scuola primaria:
Il principio unificatore è costituito
dalla lingua materna. Di qui la funzione preponderante attribuita alla
lettura attraverso la quale vengono offerte al fanciullo alcune nozioni
di storia, geografia e scienze naturali.
E ribadisce, successivamente, lo stesso
concetto per la scuola superiore. Non a caso ricorda il punto di vista
di Giuseppe Tarozzi nel congresso del 1905 della Federazione Nazionale
Insegnanti Scuola Media.
Tarozzi rileva acutamente che la posizione
di privilegio attribuita alla scuola classica trae origine non solo
dalla supposta sua maggiore attitudine a preparare all'istruzione
universitaria mediante la formazione linguistico-letteraria, ma dalla
convinzione ch'essa tuteli il carattere etnico e patrio della cultura,
collegando così l'educazione classica e orgoglio patriottico razziale.
Essendo questa la finalità prioritaria è comprensibile il motivo per cui
le autorità non s'impegnarono a fondo nella lotta all'analfabetismo e
ciò anche se i risultati ottenuti erano discreti, se era vero che nel
1865 il 75% della popolazione era illetterata, mentre nel 1876 era già
scesa al 52%.
Risulta altresì chiaro che le suddette
autorità non fossero preoccupate dell'analfabetismo di ritorno, quello
che secondo Filippo Turati è un impaccio alla democrazia, perché
democrazia è nome vano senza subbietto quando manca il cittadino
nell'uomo...
Simili tematiche erano care ai democratici
ed ai progressisti ed erano incomprensibili alla condizione
aristocratica, fondata sulla riserva del diritto ai privilegi ai
discendenti di sangue blu.
Vero è che le risorse dello stato non
avrebbero consentito un impegno di tale portata e, del resto, le classi
povere erano refrattarie al problema dell'istruzione. Una
scolarizzazione obbligatoria a lungo infatti, a loro parere, avrebbe
allontanato i fanciulli dal lavoro e dal gioco... Tanto più che il
tirocinio in bottega o sui campi pareva loro più che sufficiente per
fare acquisire ai giovani tutte le conoscenze e le virtù di cui
abbisognavano. Consideriamo anche che l'interesse didattico volto alla
diffusione della lingua ed all'esaltazione dei fasti romani, del
Risorgimento, ecc., non fa che accentuare la preponderanza delle materie
storico-letterarie ed è abbastanza agevole spiegare le concause che
determinarono tale primato. Tanto per cominciare il cattolicesimo
imperante, che proprio qui da noi trova la massima diffusione ed
influenza in maniera preponderante tutti gli aspetti della vita
peninsulare, è fortemente avverso alla scienza e più in generale è
contrario a qualunque movimento che propugni una qualche rottura con la
tradizione cristiana.
Il Prof. Tisano lo dice a chiare lettere:
Il dispotismo politico e l'ingerenza
ecclesiastica nel campo della filosofia e della scienza avevano fatto sì
che, dopo Galileo, il primato scientifico passasse dall'Italia ad altri
paesi e che, per quel tanto ch'era possibile, il movimento scientifico
italiano si svolgesse nel corso del XVII e della prima metà del XVIII
secolo fuori dall'università.
Non a caso, infatti, ancora nella prima
metà del XIX secolo in Italia non esiste nulla che corrisponda all'Ecole
Polytecnique Française; viceversa, a Roma, esiste ancora una cattedra di
fisica sacra, avente lo scopo di magnificare, con una trattazione
distinta in sei parti (secondo i giorni della Creazione), l'opera del
Creatore e di confutare gli abusi delle scienze!
Scontatissimo è dunque l'insegnamento
fuori dal tempo che inculcano e, quel che è peggio, l'esigere che pure
gli altri adottino greco, latino, letture e biografie edificanti,
filosofia "buona" e letteratura "giusta".
Una simile propensione culturale,
propedeutica alla Verità Rivelata, nonché il generale assenso che
accoglie, spiega, assieme al forte afflato della cultura aristocratica,
come mai in Italia gli atei o gli scettici riguardo il cattolicesimo non
siano riusciti a fuoriuscire da una visione idealista. Uno dei
presupposti di detta Verità è il non riconoscere il finito come il vero
essere, mentre si chiarisce come il Creato non tragga da sé la propria
esistenza ma da Dio, origine e fine di tutto. La cultura umanistica, del
resto, calza a pennello all'aristocrazia nostrana, la quale, abitando
una nazione il cui sviluppo industriale è lento e tardivo, è
completamente estranea a qualunque nozione di primato scientifico.
La cultura scientifica, invece, ha il
brutto vizio di crescere parimenti con quella "capitalistica". Al di là
dell'apparente contraddizione, per cui, alla base del decollo
industriale risulta esserci l'anarchia della libera iniziativa
individuale, questa in realtà funge da propulsore degli scambi e ciò in
quanto da un lato incrementa la domanda e dall'altro galvanizza
l'offerta. Ciò porta a rivalutare l'abilità manifatturiera, a
razionalizzare l'organizzazione del lavoro, a migliorare le
strumentazioni, la distribuzione, ecc.; rende impellenti nuove e più
precise misurazioni, la scoperta di sostanze e materiali con
caratteristiche diverse, progettazioni più accurate e complesse;
accentua l'importanza delle tecniche, incentiva la ricerca i cui
risultati si possono vantaggiosamente applicare alla sfera produttiva,
ecc.
Una tale mentalità già di per sé estranea
a quella aristocratica, il cui status di classe privilegiata per diritto
ereditario non incita certo al'imprenditorialità, lo è ancor di più in
un paese non ben caratterizzato da un brillante dinamismo economico.
Perciò la nobiltà, tranne alcuni
appassionati, rigetta la cultura scientifica, giudicandola una
concezione distante anni luce dalla propria "sensibilità".
E' difficile per costoro, che vivono
all'apice della società e che tendono accuratamente a differenziarsi dal
volgo, non provare disgusto per quelle conoscenze fisiche e tecniche che
li abbasserebbero a coltivare gli stessi interessi della populace.
Or dunque, a che altro servirebbero
termodinamica, idraulica, chimica, elettrotecnica, ecc., se non a
soddisfare il desiderio di arricchirsi della borghesia? La nobiltà, al
contrario, è già ricca di cultura umanistica e, grazie a questa, è in
grado di mantenere nell'ottocento la sua posizione predominante nella
società. Considera, pertanto, la conoscenza della realtà finita
inferiore all'elevamento dello spirito e conclude che il finito non
possa essere il vero essere: questo altro non è che l'asserto base
dell'idealismo.
Per detti motivi, l'aristocrazia
ottocentesca ha una spiccata diffidenza, quando non si tratta di vera e
propria avversione, verso la scienza.
E quando non riuscirà più ad arginarne la
dilagante affermazione, la considererà comunque al di sotto della
scienza per eccellenza: la filosofia.
Non stupisca, considerando quanto finora
si è detto, che il Gabelli noti che alla metà del secolo scorso
l'istruzione secondaria classica fosse l'unica possibile e che ancora
nel 1886 ci fossero in Italia, fra pubblici e privati, 737 ginnasi e 326
licei, dove si studiava (secondo Isidoro Del Lungo) poco e mal curato
l'italiano; una storia appena di nomi ed altrettanto la geografia; un
pizzico di greco; la filosofia in dose misurata e, infine, un catechismo
piccolo e schematizzato di scienze esatte. Quel che poi, in fondo, si
studiava meglio era il latino!
Anche il clero, ossia il ceto che
nell'ottocento (e non solo) italiano gode con la nobiltà di una
posizione sociale dominante, è egualmente ben disposto verso la cultura
umanistica pur se con fini e modalità differenti. Disposizione che per
altro deriva dal fatto che secolarmente esso ha affrontato e risolto i
dubbi e le dispute teologiche con strumenti logici e nell'ambito delle
concezioni umanistiche ereditate dal passato e via via perfezionate.
Detta cultura, voluta dai ceti preminenti della penisola, aveva
stabilito un primato che le successive pressioni borghesi intaccarono
molto lentamente. Primato vieppiù rafforzato dalla particolare strategia
di educazione civica che le autorità ritenevano fondamentale perseguire.
Ma, dopo l'unificazione, anche in Italia
si verifica, sotto la spinta della rivoluzione industriale, la rottura
dei quadri della cultura tradizionale. La legge Casati non può non
prenderne atto, facendo posto (nel ginnasio e maggiormente nel liceo)
alla matematica, alla fisica, alla chimica ed alle scienze naturali...
Apertura che a molti tradizionalisti
appare eccessiva, foriera di caos, vero cavallo di Troia atto a favorire
l'invasione dei licei da parte di giovani provenienti da ambienti
socio-culturalmente scadenti e, comunque, inadatti all'università, alle
libere professioni ed ai posti di comando. Assistiamo al moltiplicarsi
di scuole classiche, al sorgere di scuole tecniche e popolari
caratterizzate dalle stigmate di una essenziale inferiorità nei riguardi
del vecchio liceo. Le cose non vanno "meglio" all'università perché fino
agli inizi del '900 vi è una tenace chiusura alle finalità utilitarie e
pratiche; l'incapacità di superare l'antitesi fra avviamento alla
ricerca e preparazione professionale; la persistente pretesa di lasciar
fuori dagli atenei quei nuovi ordini di studi dei quali la borghesia
viene reclamando l'istituzione richiesta dall'affermarsi
dell'industria...
La preparazione degli ingegneri, per
altro, continua ad essere affidata a scuole d'applicazione!
Proprio per meglio comprendere il clima
del mondo accademico dell'epoca è significativa la tesi degli oppositori
all'attuazione di una netta distinzione fra corsi propriamente
scientifici e corsi professionali.
Detta tesi enuncia che la separazione
sarebbe accettabile qualora i due intenti si escludessero o, comunque,
se si potessero conseguire meglio separatamente che uniti. Quest'ultimo,
a sua volta, varrebbe solo se si accettasse l'argomento per cui mentre
lo scienziato, o chi vuol diventarlo, guarda all'avvenire e discute e
non accetta dogmaticamente nessuna dottrina e nessuna affermazione, al
professionista il continuo dubitare sarebbe più dannoso che utile,
giacché nella vita pratica occorre operare e non si può attendere che la
scienza risolva tutti i dubbi né rifugiarsi sistematicamente nella
sospensione di giudizio.
Le cose pian piano evolvono. Lo sviluppo
industriale, cominciato nella seconda metà dell'ottocento e cresciuto a
ritmi sostenuti nel primo novecento, impone che gli allievi acquistino
una maggior dimestichezza con le scienze, nonché la creazione di
numerose scuole ad indirizzo tecnico e professionale. Inoltre, dal varo
della legge Casati in avanti, i responsabili governativi della Pubblica
Istruzione cercano di introdurre i principi della pedagogia positivista,
ossia quanto di meglio offra l'esperienza della scuola europea, con la
speranza che la loro maggior efficacia aiuti a (ri)portarci al più
presto alla pari con le potenze più evolute.
Tuttavia la cultura umanistica mantiene un
certo primato e, non appena l'influenza di quella positivista conoscerà
le prime battute d'arresto (derivanti da una generica crisi di sfiducia
nel progresso continuo e pacifico), essa reagirà creando il MOSTRO,
ovvero l'esplosione idealista!
E non poteva essere diversamente.
Privilegiando una formazione spirituale che instilli sentimenti
patriottici e valori etici come abnegazione, coraggio, lealtà, ecc. e
che disprezzi l'egoismo, la codardia, le conseguenti angosce, i timori,
l'animalesca attrazione verso le cose fisiche, il lavoro manuale, ecc.,
è ovvio che gli studenti diventino scettici nei confronti della scienza
che è utilitarista e ha per oggetto la realtà fisica.
I tempi mutati portano ad esasperare
l'intellettualità e, a partire dal primo novecento, si acuisce la
concorrenza fra le classi sociali. L'industrializzazione comporta la
rapida ascesa dei ceti imprenditoriali, crea nuove oligarchie
finanziarie e commerciali, esalta i ceti artigianali, stravolge le
condizioni di vita delle masse ponendo così le condizioni per lo scoppio
di pericolose turbolenze sociali. In questo contesto traballa il primato
dei patrizi, offuscato dalle crescenti fortune dell'imprenditoria in
ascesa, e le rivendicazioni sociali mirano ad erodere gli antichi
privilegi.
Data la lentezza del nostro sviluppo
industriale, nobiltà e clero riusciranno ad arginare a lungo le pretese
borghesi ma, inevitabilmente, sarà impossibile evitare un indebolimento
che disegnerà nel tempo la decadenza della figura nobiliare. Le nuove
leve, inoltre, non sentono più la distinzione di nascita e non
giustificano un qualsivoglia privilegio ad essa legata, comprendendo che
solo un lungo ciclo di studi serva a qualificare una nuova figura
sociale: l'intellettuale.
Costui non proviene obbligatoriamente
dalla nobiltà, poiché l'eccellenza in questo campo la si conquista con
l'applicazione e l'intelligenza.
Purtroppo si verifica il fenomeno che
porta a paragonare le oligarchie economiche e la stessa borghesia alla
nobiltà che sta passando la mano. I nuovi Signori sostituiscono i vecchi
Signori e la musica non cambia!
Anzi, tenendo conto del primato dato dalla
nostra scuola alla cultura umanista, l'intellettuale rigetta la scienza
(in quanto ha per oggetto il finito, che poi è la materia), considera lo
studio delle scienze unicamente come una fonte d'informazioni (ma mai
vera conoscenza) e ripercorre le vecchie strade dell'idealismo...
Nell'idealismo non troviamo nulla che non
sia già in "potenza" nella sensibilità dei ceti abbienti ed
aristocratici e non sia esaltato dall'orientamento umanistico della
nostra scuola. Non è infatti nuovo il risalto dato alla filosofia
morale, visto che è tipico delle classi elevate reputare fondamentale
alla propria distinzione l'elevata educazione spirituale al culto delle
virtù patriottiche. Così come non è nuova l'importanza data dagli
esponenti più famosi di questa corrente filosofica a materie come
storia, filosofia, arte, religione, ecc. Tutto ciò portò,
a parer di Renato Tisano, ai fumosi
vaneggiamenti degli intellettuali, dietro ai quali si possono
identificare le forze delle quali l'ideologia irrazionalista è ad un
tempo prodotto e strumento. Quelle forze, sempre secondo il Tisano, che
portarono l'Italia nel gorgo della guerra e, subito dopo, al fascismo...
(ipotesi dedotte dal capitolo intitolato "Il Dibattito sulla Scuola in
Italia fra la metà dell'Ottocento e gli inizi del Novecento" di Renato
Tisano, per l'appunto).
Ed il Tisano insiste:
"la crisi della fiducia nel progresso
continuo e pacifico, lo scatenarsi dell'attivismo irrazionalistico, del
nazionalismo, dell'imperialismo ebbero del resto pesanti ripercussioni
nella scuola. Prima di gettarsi in avventurose imprese di conquista, il
nazionalismo deve affondare le radici nell'animo degli italiani,
attraverso una intensa e capillare azione educativa."
Si tratterebbe, in pratica, di conservare
netta la distinzione fra quadri dirigenti e massa, onde evitare ogni
inquinamento della scuola riservata alla élite, e di espellere i profani
dal tempio. Da ciò la violenta campagna contro la mediocrità, il
grigiore della democrazia e contro il
naturalismo positivistico.
Il fiorire, inoltre, di teorie
spiritualistiche, volontaristiche ed attivistiche assolve lo scopo
d'imporre una concezione gerarchica ed oligarchica della società, nella
quale gli intellettuali ritengono di costituire la nuova aristocrazia.
E, per dirla con luigi Salvatorelli:
L'analfabetismo degli alfabeti consiste in
un'infarinatura storico-letteraria in cui i due elementi essenziali sono
"l'Esaltazione di Roma e dell'Impero Romano come nostri Antenati" ed "il
Racconto del Risorgimento" ad usum delphini...
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MILLENNIO. SOPRATTUTTO, PERO', POTRETE PUBBLICARE ANCHE VOI, ABBONANDOVI
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