INFOSCUOLA

Servizi sulle scuole d'Italia

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NOTE E SPUNTI ATTORNO AD UN MODERNO

 

CONCETTO DI PAIDEIA

di Danilo PASSALACQUA

Dottore in Filosofia

 

A me andava storta,

il maestro mandava a chiamare mio padre

e gli diceva che con me

era come zappare sull'acqua.

da La Zia d'America

di Leonardo Sciascia

 

1 - LE PROBLEMATICHE LEGATE AL CONCETTO DI CULTURA GENERALE

 

Tom Junior salì sul secondo ponte e disse:

ha i piedi tutti rovinati.

E si sta rovinando anche le mani.

Prima gli sono venute le vesciche

ed ora sono tutte scoppiate.

Cristo, papà! Non so...

E' lo stesso che se dovesse pagaiare

contro una corrente molto forte, Tommy.

O come se dovesse continuare ad arrampicarsi

su per una montagna

o a cavalcare essendo stanco morto.

Lo so. Ma starsene qui a guardare

senza fare niente è terribile

quando si tratta di tuo fratello.

Lo so, Tommy. Ma c'è sempre un momento

in cui i ragazzi devono fare certe cose

se mai vogliono diventare uomini.

Ecco Dave a che punto è...

da Isole nella corrente

di Ernest Hemingway

 

Le critiche che vengono mosse al nostro sistema scolastico spesso e volentieri sottolineano carenze organizzative o strutturali, quali l'inadeguatezza dei locali e delle strumentazioni, la selettività, la bassa produttività del sistema, la mancata introduzione di materie nuove, ecc. E' invece poco frequente, e ciò va a credito della lungimiranza dei suoi artefici nonché delle enormi energie profusevi, che vengano messe in discussione sue finalità ed articolazioni. Per fortuna, infatti, sono ormai ricordi le pur recenti aspre contestazioni, le occupazioni, i cortei ed i sanguinosi scontri di piazza, dove sovente il clangore delle spranghe, i danni alle cose, le fiamme generate dalle molotov, nonché le pistolettate, facevano eco conferendo loro, tra l'altro, un inquietante valore e consistenza agli slogans inneggianti all'abbattimento dello Stato Borghese (motto che la diceva lunga pure sulle loro intenzioni riguardo le istituzioni scolastiche...). Dunque, hanno perso consistenza le posizioni più radicalmente avverse, fenomeno dovuto sia allo scivolamento dei suoi fautori verso punti di vista più moderati, sia agli aggiustamenti graduali cui è stata fatta oggetto la scuola e che sono stati voluti proprio per renderla all'altezza dei tempi e dei compiti. Permangono tuttavia, sebbene circoscritte e di tutt'altro segno, perplessità di fondo riguardo l'attuale sistema educativo.

 

Le esprime appropriatamente il Prof. Abbagnano alla voce CULTURA del suo Dizionario di Filosofia (Torino, 1971) che riporta:

CULTURA, fino all'avvento dell'Illuminismo, significava unicamente "formazione dell'uomo, il suo migliorarsi e raffinarsi"...

Spiega l'illustre cattedratico che:

La crescente industrializzazione del mondo contemporaneo rende indispensabile la formazione di competenze specifiche, raggiungibili solo mediante addestramenti particolari che confinano l'individuo in un campo estremamente ristretto di attività e di studio...

E' pertanto inutile erigersi (afferma dopo) contro di essa, contrapponendole l'ideale classico della Cultura nella sua purezza e perfezione, come formazione disinteressata dell'uomo aristocratico alla vita contemplativa. Dall'altro lato sarebbe ugualmente inutile ignorare o minimizzare i difetti gravissimi di una Cultura ridotta a puro addestramento tecnico in un campo specifico e ristretto all'uso professionale di cognizioni utilitarie...

Inconvenienti che, in un primo luogo, determinano un permanente squilibrio della personalità umana, sbilanciata in un'unica direzione ed accentrata intorno a pochi interessi e quindi resa incapace di affrontare situazioni o problemi che per poco vadano al di là di tali interessi... Nonché gravi danni dal punto di vista sociale giacché impedisce o limita fortemente la comunicazione fra gli uomini, chiude ognuno in un proprio mondo ristretto...

 

In secondo luogo, la specializzazione richiede, ad un certo grado del suo sviluppo, incontri e collaborazioni tra discipline diverse: incontri e collaborazioni che perciò vanno al di là delle competenze specifiche ed esigono capacità di comparazione e di sintesi che la competenza specifica non fornisce...

E' dunque necessario conciliare le esigenze della specializzazione (che sono inseparabili da uno sviluppo maturo delle attività culturali) con quella di una formazione umana totale o, almeno, sufficientemente equilibrata...

Per rispondere a questo problema, si discute oggi intorno alla nozione di una "Cultura Generale" che dovrebbe accompagnare tutti i gradi e le forme dell'educazione sino a quella più specializzata. Ma è chiaro che la soluzione del problema è solo apparente finché non si sia ottenuto una chiara nozione di "Cultura Generale". Non si tratta ovviamente di contrapporre un gruppo di discipline ad un altro e di far valere, per esempio, le discipline storiche od umanistiche come "Cultura Generale" di fronte alla specializzazione delle discipline "naturalistiche". Questo sarebbe tanto più improprio in quanto le stesse discipline cosiddette "umanistiche" non si sottraggono al fato incombente della specializzazione ed esigono un addestramento specifico per essere intese e proficuamente coltivate.

E' anche ovvio che una "Cultura Generale" non possa essere costituita da nozioni vacue e superficiali, che non susciterebbero interesse e non contribuirebbero quindi ad arricchire le personalità dell'individuo e la sua capacità di comunicare con gli altri...

 

Tirando le somme, quindi, il problema della "Cultura Generale" si pone non come delineazione di un curriculum di studi unico per tutti e che comprenda discipline d'informazione generica, ma come compito di trovare per ogni gruppo o classe d'attività specializzata, ed a partire da essa, un progetto di lavoro o di studio coordinato con queste, o complementare di queste, che arricchisca l'orizzonte dell'individuo e mantenga, o reintegri, l'equilibrio della sua personalità (Abbagnano, ibidem)

L'illustre filosofo ci insegna che l'educazione migliore, ossia quella che rende gli studenti uomini in grado di fare brillantemente fronte alla situazione, deve arricchire i loro orizzonti e, nel contempo, mantenere la personalità equilibrata. E, visto che questi sono gli obiettivi che deve porsi chi voglia considerare seriamente la questione, imprescindibile da ciò

è la valutazione del tipo e del livello di civiltà raggiunta dalla società di cui la scuola fa parte, nonché dell'eredità del passato che entrambe si portano dietro.

E' risaputo, infatti, che le forme organizzative e le istituzioni che l'uomo si dà siano entità rigide e complesse e che solo molto lentamente riescano a tener dietro al progresso.

 

Quindi, premesso che il disagio sociale creato dalle istituzioni spesso sia dovuto al ritardo con cui gli amministratori ed i politici provvedono ad intraprendere gli adeguamenti resi necessari dalle mutate condizioni socio-economiche, nell'enucleazione dei problemi odierni della nostra scuola, oltre a considerare l'accresciuto numero di responsabilità a carico del cittadino, si baderà ad esaminare le sue traversie. Per la precisione, visto che nonostante l'onda dura del Fascismo (prima) e quella lunga della Repubblica (poi), il nostro sistema scolastico non è stato scardinato e/o riformato in maniera altrettanto radicale, si dovrà principiare addirittura dai primi passi dello Stato Italiano.

 

2 - LA SCUOLA ITALIANA TRA LA META' DELL'OTTOCENTO E GLI INZI DEL NOVECENTO

 

Mia madre non voleva che andassi a scuola

e, tutte le volte che le si offriva l'occasione,

ed anche fuor di proposito,

soleva dirmi che per rimanere povero

non valeva la pena di studiare.

E lei seminava sul terreno arato,

perché neanche a me lusingava

di chiudermi a scuola...

Camilo Josè Cela

La famiglia di Pasqual Duarte

 

Col varo della legge organica sulla Pubblica Istruzione del 13 novembre 1859, comunemente indicata col nome del ministro Gabrio Casati incaricato di redigerla e, successivamente, di estenderla ai territori via via annessi al Regno di Sardegna, viene realizzata l'ossatura del sistema scolastico italiano.

Il suo decollo nei decenni successivi avviene tra mille difficoltà economiche nonché sviluppi legislativi ed il Prof. Renato Tisano, che si sofferma lungamente nel capitolo intitolato IL DIBATTITO SULLA SCUOLA IN ITALIA FRA LA META' DELL'OTTOCENTO E GLI INIZI DEL NOVECENTO del VI volume della STORIA DEL PENSIERO FILOSOFICO E SCIENTIFICO del Prof. Ludovico Geymonat (Milano, 1977), ci consente d'individuare i fattori che furono alla base delle scelte didattiche dell'epoca. Per cominciare non deve sorprendere se all'educazione scolastica era affidato il compito di... creare una unità nazionale operante nella coscienza dei cittadini (Tisano, ibidem)

 

E' ragionevole, date le differenze linguistiche, d'usi e costumi degli ex stati peninsulari, diversità a volte molto profonde, che la classe politica dirigente confidasse nella scuola per rafforzare la coscienza unitaria e ciò sia ponendo attenzione all'insegnamento della lingua italiana, sia mediante letture edificanti, sia affrontando di petto la questione inculcando quella che il Prof. Tisano chiama: Trinità Dio-Patria-Famiglia.

Il Regno di Sardegna non aveva un potenziale economico paragonabile a quello prussiano, fatto che galvanizzando gli scambi commerciali fra gli stati della Confederazione Germanica aveva contribuito a rendere allettante l'idea della formazione di uno stato unico egemonizzato dagli Hohenzollern. I Savoia potevano contare su un sentimento simile solo nelle regioni padane, le quali avevano dato un grande contributo al Piemonte in uomini e mezzi. Altrettanto non poteva dirsi per l'Italia Centrale e Meridionale dove spesso poco mancava che venissero considerati degli invasori. Senza contare poi che la scarsa considerazione politica ed economica, di cui la nazione godeva a livello internazionale, non contribuiva certo ad infiammare la popolazione d'amor patrio.

 

Per tutte queste ragioni al governo urgeva procedere per rinvigorire lo spirito di unità nazionale e non gli restava altro che farlo a scuola. E ciò principiando dalla diffusione della lingua e delle sue regole, cosa che, oltre a cementare la coesione della popolazione, era l'indispensabile veicolo per poter passare allo studio di materie, quali storia, geografia, lettura, filosofia, ecc., pregne di valori edificanti quali:

amor patrio, lealtà, coraggio, abnegazione, con risoluzioni del tipo chi si contenta, gode! - volere è potere!

Lo conferma proprio il Prof. Tisano quando scrive, a proposito della scuola primaria:

Il principio unificatore è costituito dalla lingua materna. Di qui la funzione preponderante attribuita alla lettura attraverso la quale vengono offerte al fanciullo alcune nozioni di storia, geografia e scienze naturali.

E ribadisce, successivamente, lo stesso concetto per la scuola superiore. Non a caso ricorda il punto di vista di Giuseppe Tarozzi nel congresso del 1905 della Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media.

 

Tarozzi rileva acutamente che la posizione di privilegio attribuita alla scuola classica trae origine non solo dalla supposta sua maggiore attitudine a preparare all'istruzione universitaria mediante la formazione linguistico-letteraria, ma dalla convinzione ch'essa tuteli il carattere etnico e patrio della cultura, collegando così l'educazione classica e orgoglio patriottico razziale. Essendo questa la finalità prioritaria è comprensibile il motivo per cui le autorità non s'impegnarono a fondo nella lotta all'analfabetismo e ciò anche se i risultati ottenuti erano discreti, se era vero che nel 1865 il 75% della popolazione era illetterata, mentre nel 1876 era già scesa al 52%.

Risulta altresì chiaro che le suddette autorità non fossero preoccupate dell'analfabetismo di ritorno, quello che secondo Filippo Turati è un impaccio alla democrazia, perché democrazia è nome vano senza subbietto quando manca il cittadino nell'uomo...

Simili tematiche erano care ai democratici ed ai progressisti ed erano incomprensibili alla condizione aristocratica, fondata sulla riserva del diritto ai privilegi ai discendenti di sangue blu.

 

Vero è che le risorse dello stato non avrebbero consentito un impegno di tale portata e, del resto, le classi povere erano refrattarie al problema dell'istruzione. Una scolarizzazione obbligatoria a lungo infatti, a loro parere, avrebbe allontanato i fanciulli dal lavoro e dal gioco... Tanto più che il tirocinio in bottega o sui campi pareva loro più che sufficiente per fare acquisire ai giovani tutte le conoscenze e le virtù di cui abbisognavano. Consideriamo anche che l'interesse didattico volto alla diffusione della lingua ed all'esaltazione dei fasti romani, del Risorgimento, ecc., non fa che accentuare la preponderanza delle materie storico-letterarie ed è abbastanza agevole spiegare le concause che determinarono tale primato. Tanto per cominciare il cattolicesimo imperante, che proprio qui da noi trova la massima diffusione ed influenza in maniera preponderante tutti gli aspetti della vita peninsulare, è fortemente avverso alla scienza e più in generale è contrario a qualunque movimento che propugni una qualche rottura con la tradizione cristiana.

 

Il Prof. Tisano lo dice a chiare lettere:

Il dispotismo politico e l'ingerenza ecclesiastica nel campo della filosofia e della scienza avevano fatto sì che, dopo Galileo, il primato scientifico passasse dall'Italia ad altri paesi e che, per quel tanto ch'era possibile, il movimento scientifico italiano si svolgesse nel corso del XVII e della prima metà del XVIII secolo fuori dall'università.

Non a caso, infatti, ancora nella prima metà del XIX secolo in Italia non esiste nulla che corrisponda all'Ecole Polytecnique Française; viceversa, a Roma, esiste ancora una cattedra di fisica sacra, avente lo scopo di magnificare, con una trattazione distinta in sei parti (secondo i giorni della Creazione), l'opera del Creatore e di confutare gli abusi delle scienze!

Scontatissimo è dunque l'insegnamento fuori dal tempo che inculcano e, quel che è peggio, l'esigere che pure gli altri adottino greco, latino, letture e biografie edificanti, filosofia "buona" e letteratura "giusta".

Una simile propensione culturale, propedeutica alla Verità Rivelata, nonché il generale assenso che accoglie, spiega, assieme al forte afflato della cultura aristocratica, come mai in Italia gli atei o gli scettici riguardo il cattolicesimo non siano riusciti a fuoriuscire da una visione idealista. Uno dei presupposti di detta Verità è il non riconoscere il finito come il vero essere, mentre si chiarisce come il Creato non tragga da sé la propria esistenza ma da Dio, origine e fine di tutto. La cultura umanistica, del resto, calza a pennello all'aristocrazia nostrana, la quale, abitando una nazione il cui sviluppo industriale è lento e tardivo, è completamente estranea a qualunque nozione di primato scientifico.

 

La cultura scientifica, invece, ha il brutto vizio di crescere parimenti con quella "capitalistica". Al di là dell'apparente contraddizione, per cui, alla base del decollo industriale risulta esserci l'anarchia della libera iniziativa individuale, questa in realtà funge da propulsore degli scambi e ciò in quanto da un lato incrementa la domanda e dall'altro galvanizza l'offerta. Ciò porta a rivalutare l'abilità manifatturiera, a razionalizzare l'organizzazione del lavoro, a migliorare le strumentazioni, la distribuzione, ecc.; rende impellenti nuove e più precise misurazioni, la scoperta di sostanze e materiali con caratteristiche diverse, progettazioni più accurate e complesse; accentua l'importanza delle tecniche, incentiva la ricerca i cui risultati si possono vantaggiosamente applicare alla sfera produttiva, ecc.

Una tale mentalità già di per sé estranea a quella aristocratica, il cui status di classe privilegiata per diritto ereditario non incita certo al'imprenditorialità, lo è ancor di più in un paese non ben caratterizzato da un brillante dinamismo economico.

Perciò la nobiltà, tranne alcuni appassionati, rigetta la cultura scientifica, giudicandola una concezione distante anni luce dalla propria "sensibilità".

 

E' difficile per costoro, che vivono all'apice della società e che tendono accuratamente a differenziarsi dal volgo, non provare disgusto per quelle conoscenze fisiche e tecniche che li abbasserebbero a coltivare gli stessi interessi della populace.

Or dunque, a che altro servirebbero termodinamica, idraulica, chimica, elettrotecnica, ecc., se non a soddisfare il desiderio di arricchirsi della borghesia? La nobiltà, al contrario, è già ricca di cultura umanistica e, grazie a questa, è in grado di mantenere nell'ottocento la sua posizione predominante nella società. Considera, pertanto, la conoscenza della realtà finita inferiore all'elevamento dello spirito e conclude che il finito non possa essere il vero essere: questo altro non è che l'asserto base dell'idealismo.

Per detti motivi, l'aristocrazia ottocentesca ha una spiccata diffidenza, quando non si tratta di vera e propria avversione, verso la scienza.

E quando non riuscirà più ad arginarne la dilagante affermazione, la considererà comunque al di sotto della scienza per eccellenza: la filosofia.

Non stupisca, considerando quanto finora si è detto, che il Gabelli noti che alla metà del secolo scorso l'istruzione secondaria classica fosse l'unica possibile e che ancora nel 1886 ci fossero in Italia, fra pubblici e privati, 737 ginnasi e 326 licei, dove si studiava (secondo Isidoro Del Lungo) poco e mal curato l'italiano; una storia appena di nomi ed altrettanto la geografia; un pizzico di greco; la filosofia in dose misurata e, infine, un catechismo piccolo e schematizzato di scienze esatte. Quel che poi, in fondo, si studiava meglio era il latino!

 

Anche il clero, ossia il ceto che nell'ottocento (e non solo) italiano gode con la nobiltà di una posizione sociale dominante, è egualmente ben disposto verso la cultura umanistica pur se con fini e modalità differenti. Disposizione che per altro deriva dal fatto che secolarmente esso ha affrontato e risolto i dubbi e le dispute teologiche con strumenti logici e nell'ambito delle concezioni umanistiche ereditate dal passato e via via perfezionate. Detta cultura, voluta dai ceti preminenti della penisola, aveva stabilito un primato che le successive pressioni borghesi intaccarono molto lentamente. Primato vieppiù rafforzato dalla particolare strategia di educazione civica che le autorità ritenevano fondamentale perseguire.

Ma, dopo l'unificazione, anche in Italia si verifica, sotto la spinta della rivoluzione industriale, la rottura dei quadri della cultura tradizionale. La legge Casati non può non prenderne atto, facendo posto (nel ginnasio e maggiormente nel liceo) alla matematica, alla fisica, alla chimica ed alle scienze naturali...

Apertura che a molti tradizionalisti appare eccessiva, foriera di caos, vero cavallo di Troia atto a favorire l'invasione dei licei da parte di giovani provenienti da ambienti socio-culturalmente scadenti e, comunque, inadatti all'università, alle libere professioni ed ai posti di comando. Assistiamo al moltiplicarsi di scuole classiche, al sorgere di scuole tecniche e popolari caratterizzate dalle stigmate di una essenziale inferiorità nei riguardi del vecchio liceo. Le cose non vanno "meglio" all'università perché fino agli inizi del '900 vi è una tenace chiusura alle finalità utilitarie e pratiche; l'incapacità di superare l'antitesi fra avviamento alla ricerca e preparazione professionale; la persistente pretesa di lasciar fuori dagli atenei quei nuovi ordini di studi dei quali la borghesia viene reclamando l'istituzione richiesta dall'affermarsi dell'industria...

 

La preparazione degli ingegneri, per altro, continua ad essere affidata a scuole d'applicazione!

Proprio per meglio comprendere il clima del mondo accademico dell'epoca è significativa la tesi degli oppositori all'attuazione di una netta distinzione fra corsi propriamente scientifici e corsi professionali.

Detta tesi enuncia che la separazione sarebbe accettabile qualora i due intenti si escludessero o, comunque, se si potessero conseguire meglio separatamente che uniti. Quest'ultimo, a sua volta, varrebbe solo se si accettasse l'argomento per cui mentre lo scienziato, o chi vuol diventarlo, guarda all'avvenire e discute e non accetta dogmaticamente nessuna dottrina e nessuna affermazione, al professionista il continuo dubitare sarebbe più dannoso che utile, giacché nella vita pratica occorre operare e non si può attendere che la scienza risolva tutti i dubbi né rifugiarsi sistematicamente nella sospensione di giudizio.

Le cose pian piano evolvono. Lo sviluppo industriale, cominciato nella seconda metà dell'ottocento e cresciuto a ritmi sostenuti nel primo novecento, impone che gli allievi acquistino una maggior dimestichezza con le scienze, nonché la creazione di numerose scuole ad indirizzo tecnico e professionale. Inoltre, dal varo della legge Casati in avanti, i responsabili governativi della Pubblica Istruzione cercano di introdurre i principi della pedagogia positivista, ossia quanto di meglio offra l'esperienza della scuola europea, con la speranza che la loro maggior efficacia aiuti a (ri)portarci al più presto alla pari con le potenze più evolute.

 

Tuttavia la cultura umanistica mantiene un certo primato e, non appena l'influenza di quella positivista conoscerà le prime battute d'arresto (derivanti da una generica crisi di sfiducia nel progresso continuo e pacifico), essa reagirà creando il MOSTRO, ovvero l'esplosione idealista!

E non poteva essere diversamente. Privilegiando una formazione spirituale che instilli sentimenti patriottici e valori etici come abnegazione, coraggio, lealtà, ecc. e che disprezzi l'egoismo, la codardia, le conseguenti angosce, i timori, l'animalesca attrazione verso le cose fisiche, il lavoro manuale, ecc., è ovvio che gli studenti diventino scettici nei confronti della scienza che è utilitarista e ha per oggetto la realtà fisica.

I tempi mutati portano ad esasperare l'intellettualità e, a partire dal primo novecento, si acuisce la concorrenza fra le classi sociali. L'industrializzazione comporta la rapida ascesa dei ceti imprenditoriali, crea nuove oligarchie finanziarie e commerciali, esalta i ceti artigianali, stravolge le condizioni di vita delle masse ponendo così le condizioni per lo scoppio di pericolose turbolenze sociali. In questo contesto traballa il primato dei patrizi, offuscato dalle crescenti fortune dell'imprenditoria in ascesa, e le rivendicazioni sociali mirano ad erodere gli antichi privilegi.

Data la lentezza del nostro sviluppo industriale, nobiltà e clero riusciranno ad arginare a lungo le pretese borghesi ma, inevitabilmente, sarà impossibile evitare un indebolimento che disegnerà nel tempo la decadenza della figura nobiliare. Le nuove leve, inoltre, non sentono più la distinzione di nascita e non giustificano un qualsivoglia privilegio ad essa legata, comprendendo che solo un lungo ciclo di studi serva a qualificare una nuova figura sociale: l'intellettuale.

 

Costui non proviene obbligatoriamente dalla nobiltà, poiché l'eccellenza in questo campo la si conquista con l'applicazione e l'intelligenza.

Purtroppo si verifica il fenomeno che porta a paragonare le oligarchie economiche e la stessa borghesia alla nobiltà che sta passando la mano. I nuovi Signori sostituiscono i vecchi Signori e la musica non cambia!

Anzi, tenendo conto del primato dato dalla nostra scuola alla cultura umanista, l'intellettuale rigetta la scienza (in quanto ha per oggetto il finito, che poi è la materia), considera lo studio delle scienze unicamente come una fonte d'informazioni (ma mai vera conoscenza) e ripercorre le vecchie strade dell'idealismo...

Nell'idealismo non troviamo nulla che non sia già in "potenza" nella sensibilità dei ceti abbienti ed aristocratici e non sia esaltato dall'orientamento umanistico della nostra scuola. Non è infatti nuovo il risalto dato alla filosofia morale, visto che è tipico delle classi elevate reputare fondamentale alla propria distinzione l'elevata educazione spirituale al culto delle virtù patriottiche. Così come non è nuova l'importanza data dagli esponenti più famosi di questa corrente filosofica a materie come storia, filosofia, arte, religione, ecc. Tutto ciò portò,

a parer di Renato Tisano, ai fumosi vaneggiamenti degli intellettuali, dietro ai quali si possono identificare le forze delle quali l'ideologia irrazionalista è ad un tempo prodotto e strumento. Quelle forze, sempre secondo il Tisano, che portarono l'Italia nel gorgo della guerra e, subito dopo, al fascismo... (ipotesi dedotte dal capitolo intitolato "Il Dibattito sulla Scuola in Italia fra la metà dell'Ottocento e gli inizi del Novecento" di Renato Tisano, per l'appunto).

 

Ed il Tisano insiste:

"la crisi della fiducia nel progresso continuo e pacifico, lo scatenarsi dell'attivismo irrazionalistico, del nazionalismo, dell'imperialismo ebbero del resto pesanti ripercussioni nella scuola. Prima di gettarsi in avventurose imprese di conquista, il nazionalismo deve affondare le radici nell'animo degli italiani, attraverso una intensa e capillare azione educativa."

Si tratterebbe, in pratica, di conservare netta la distinzione fra quadri dirigenti e massa, onde evitare ogni inquinamento della scuola riservata alla élite, e di espellere i profani dal tempio. Da ciò la violenta campagna contro la mediocrità, il grigiore della democrazia e contro il

naturalismo positivistico.

Il fiorire, inoltre, di teorie spiritualistiche, volontaristiche ed attivistiche assolve lo scopo d'imporre una concezione gerarchica ed oligarchica della società, nella quale gli intellettuali ritengono di costituire la nuova aristocrazia.

E, per dirla con luigi Salvatorelli:

L'analfabetismo degli alfabeti consiste in un'infarinatura storico-letteraria in cui i due elementi essenziali sono "l'Esaltazione di Roma e dell'Impero Romano come nostri Antenati" ed "il Racconto del Risorgimento" ad usum delphini...

 

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